bibliografia / Internaturalità: Workshop_34 / Inframondo; UNICUM, Torino, 2013

internaturalitaOrietta Brombin
Workshop_34 / Inframondo. Laura Viale.
In Internaturalità, Prinp Editore, Torino, 2013.

 

Laura Viale ha avviato il progetto Senza titolo (Inframondo) nel 2012 in coincidenza con profonde riflessioni originate da indagini mediche invasive sul proprio corpo, sottoposto ad esami diagnostici endoscopici. Il progetto, pensato per l'esplorazione e mappatura di una grotta lavica etnea, si è rivelato di ampio respiro tanto da adattarsi a diverse (e dislocate in località europee) grotte e cavità: punti di contatto tra esterno e interno, varchi d'accesso della complessa orografia del pianeta.
L'azione si è andata connotando in progress come un vero e proprio metodo dove la performance sconfina in esercizio di trekking naturalistico e implica un viaggio verso luoghi da esplorare nel concreto, dei quali apprezzare esperienze sensibili, cognitive, di carattere, oltre che artistico anche psicologico, relazionale e ambientale.
Nel workshop Inframondo l'artista ha proposto una prima parte d'introduzione al concept, alla sperimentazione di strumenti e supporti da utilizzare nella cavità profonda - immersa nella completa oscurità - da illuminare selettivamente con lampade montate sui caschi da speleologi indossati per motivi di fruibilità e sicurezza. Nel secondo giorno, con partenza dal PAV e il viaggio su un piccolo pullman, il gruppo dei partecipanti ha raggiunto la frazione Mezzenile di Lanzo Torinese dove, a circa 825 metri d'altitudine, si diparte il dedalo delle grotte di Pugnetto. L'escursione, organizzata grazie a Silvio Macario e la Commissione Speleologica CAI[1] Lanzo, e la consulenza di Gian Domenico Cella del Gruppo Grotte CAI Novara, ha visto l'artista individuare un sito[2] di particolare interesse, la cui morfologia è prevalentemente di crollo e, con tutta probabilità, scavato nei calcescisti mesozoici dall'attiguo Rio Cenere.
La complessa formazione ha accesso sul versante nord-est che scende dalla cresta delle Lunelle attraverso un angusto cunicolo celato in un bosco ombroso di castagni e faggi, che si raggiunge a piedi dopo un ripido sentiero. Le grotte di Pugnetto, dove l'umidità si aggira intorno al 90 per cento, sono composte prevalentemente da rocce scistose, calcaree, argillose e quarzose che, sotto la luce delle torce, appaiono spruzzate di rosso scuro a causa dell'ossidazione di minerali di ferro. La conformazione ipogea, nella quale un tempo erano presenti stalattiti oggi depredate con atti vandalici, ospita diverse popolazioni di pipistrelli e specie endemiche a rischio estinzione: un isopode e un coleottero.
La galleria esplorata durante "l'uscita sul campo" è quella principale che, nel percorso di cunicoli accidentati, e in un susseguirsi di saliscendi, si apre a più vasti saloni. Al fondo di questo ramo si trova una sorgente che getta uno zampillo d'acqua fresca e, dopo il silenzio a cui ci si abitua arrivando, piacevolmente sonora.
Con la guida di Silvio Macario e i suoi collaboratori (tutti speleologi del CAI di Lanzo), dopo quasi due ore di cammino, sulla via del ritorno l'escursione si sofferma in un grande slargo della grotta per una sessione di disegno. Le pareti irregolari e corrugate della caverna sotterranea si prestano al frottage di rilievi e depressioni, ottenuti con grafite sfregata su carta millimetrata fatta aderire alla superficie di roccia umida. Il tempo trascorso a realizzare i disegni, il contatto fisico con l'oggetto del rilievo, l'azione di entrare in contatto con le profondità della montagna tentandone la "mappatura", come sottolinea Laura Viale, "sono un tentativo – letterale e metaforico – di portare alla luce ciò che sta dentro. Simbolicamente, ci si trova in un luogo di intersezione tra il mondo esterno e quello interiore. E questa situazione suggerisce anche un riposizionamento dell'uomo rispetto alla natura".
I numerosi fogli lavorati in condizioni estreme (per l'oscurità, le difficoltà posturali, l'umidità), una volta rivisti in laboratorio e alla luce del sole, hanno rivelato la modalità ipersensibile di realizzazione, gli elementi di sorpresa e di dissonanza, poiché "la carta millimetrata, che richiama il calcolo, il tentativo di ordinare in coordinate, è in contrasto con il metodo empirico con cui i disegni sono costruiti".
Disegni di persone sempre diverse, provenienti da luoghi ogni volta profondi e segreti, che andranno ad alimentare l'installazione collettiva da realizzare nel corso del tempo.

[1] Club Alpino Italiano.
[2] Le grotte sono inserite nell'elenco dei Siti di Interesse Comunitario (S.I.C.), progetto di tutela ambientale della Comunità Europea.

 

Claudio Cravero
UNICUM, botto&bruno - Laura Viale
In Internaturalità, Prinp Editore, Torino, 2013.

Nell'ambito di Internaturalità, a conclusione del programma annuale 2013, prende forma la nuova edizione di UNICUM. Attraverso la selezione di precise opere scelte tra la produzione degli artisti residenti e operanti nel territorio piemontese, il progetto espositivo Unicum intende approfondire la pluralità di sguardi intorno ai temi dell'arte del vivente, con particolare attenzione ai concetti di trasformazione e recupero.

This is the place where I feel at home e Senza titolo (Inframondo) sono i due progetti appositamente studiati per il PAV da botto&bruno (1963 e 1966, Torino) e Laura Viale (1967, Torino), lavori che riflettono sul cambiamento e sulla trasformazione dei luoghi al fine di preservarne la memoria e la percezione. Sia nello scenario a metà tra natura e cultura suggerito da botto&bruno che nel paesaggio reale di una grotta profonda proposto da Viale, le ricerche dei due artisti prendono in esame aree marginali o residuali, spazi al limite quanto estremi, reali o generati dalla fantasia. Si tratta in generale di quei luoghi che implicano una particolare predisposizione: l'essere attraversati, esplorati e abitati. Secondo una definizione dell'antropologo e architetto siciliano Franco La Cecla, infatti, "L'abitare un luogo, temporaneamente o per periodi più lunghi, è una facoltà umana".[1] È un'abilità acquisita secondo una precisa attitudine biologica che, coincidendo con l'essere presenti in quel dato luogo, va a ridefinire lo spazio anche più remoto e impensabile.[2] In sostanza, è quella capacità di trasformare gli spazi in "casa".

(...)

Nei lavori di Laura Viale si alternano elementi prelevati dal reale ma che, ricomposti o semplicemente lasciati al caso, diventano quasi astratti. La sua ricerca è da sempre volta all'esplorazione della dicotomia "natura-artificio", dove a modificare l'una è l'aggiunta di una particolare luce che sposta semplicemente lo sguardo e cambia la prospettiva dell'altro.
In Senza titolo (Inframondo), progetto in progress esito di ricerche e spedizioni sul campo (nel caso specifico di Unicum il lavoro è stato condotto nell'ambito delle Attività Educative del PAV con il Workshop_34, luglio 2013), Viale entra fisicamente nelle viscere della terra. Tralasciando in questa sede ogni tipo di lettura psicoanalitica o filosofica rispetto all'ingresso in una caverna, l'artista si spinge in modo avventuroso nel cuore di una grotta, ricalcando in un certo senso il Viaggio al centro della terra di Verne. E, una volta in profondità, Viale realizza una serie cospicua di disegni con la tecnica del frottage. Si tratta di una tecnica manuale di sfregamento che mette in rilievo la trama della superficie indagata con una semplice matita, e che in ambito artistico trova radici lontane (dai primi Dada sino alle sculture organiche di Giuseppe Penone). Ma è in ogni caso un procedimento che ha segnato indistintamente tutti coloro che, da bambini, lo adottavano per tracciare con la grafite monete e medaglie.
Per Laura Viale non è però tanto il risultato e la quantità dei disegni ottenuti a definire conclusi il lavoro e il processo. Il punto centrale, che si ripete a ogni esperienza e in ogni escursione, è l'ingresso e la vita nel ventre della terra. Questo "entrare dentro", che coincide in un certo senso con il suo opposto "uscire fuori", costituisce per Viale un'azione di vigile analisi della "soglia". Dove soglia significa "stare tra". Ma la soglia, che è attraversabile quanto può costituire al tempo stesso una barriera, è anche il luogo che ribadisce le differenze. Nel confermare "l'io e il tu" (dove finisce uno e comincia l'altro), la soglia ha anche la capacità di sfumare le diversità, ammorbidirle e permearle, vale a dire lasciarle entrare e uscire in un flusso continuo. Ogni soglia anticipa un'apertura o una chiusura, o anche un'inversione. Perché la soglia può essere una lente che rovescia e ribalta l'immagine del mondo. La riflette. Così accade nelle nostre case poiché entriamo in luogo chiuso e protetto. Ma le nostre abitazioni solo luoghi che riflettono, come in uno specchio, il mondo esterno dal quale proveniamo. "Le nostre case sono microcosmi dell'universo fuori che portiamo dentro e riflettiamo in un interno".[3]

Lo sguardo verso l'interno, inoltre, si rifà in un certo senso anche a molti degli esami diagnostici e dei test medici che rivelano la natura corporea costituita da membrane, fibre e liquidi. Interesse, quest'ultimo verso il mondo corporale, che ha già influenzato in passato artisti come Mona Hatoum o, nel campo della Bioarte, il collega torinese Dario Neira. Rispetto alle grotte e alle cavità, invece, l'attenzione di Laura Viale è verso quegli elementi fisici e mineralogici che rivestono i cunicoli naturali attraversati, dove l'artista è spinta dalla volontà di ripercorrerne la "pelle" con la tecnica del frottage e dal desiderio di scendere sempre più in profondità. Pur ripercorrendo con il tatto e con il tratto le superfici delle caverne, imprimendo infine i segni su carta millimetrata, l'intenzione di Laura Viale non è quella di "mappare" e ricostruire la grotta in modo puntuale. Il suo interesse sta nel processo attraverso il quale il disegno prende forma. Come quest'ultimo, in sostanza, appare e "viene alla luce" grazie al contatto fisico dell'artista con lo spazio in cui è immersa. Senza titolo (Inframondo) diventa allora una serie di fogli modulari realizzati dall'artista e dai "compagni" che hanno preso parte alle spedizioni speleologiche. L'installazione si snoda in questo modo sulla parete a creare nuovi paesaggi. Sono presenze – ormai esterne – che narrano di luoghi interni, spazi in un certo senso rituali tra il fisico e l'irreale.

In entrambi i lavori, This the place where I feel at home e Senza titolo (Inframondo), si tratta in definitiva di sguardi filtrati. Esattamente un oblò-spioncino per spingersi fuori e una soglia da attraversare per raggiungere il buio. E si tratta, ancora, di due movimenti, uno verso l'esterno e uno verso l'interno, che cercano di definire quello spazio sbiadito e sfumato del "tra". Ciò che sta in mezzo.

[1] Franco La Cecla, Perdersi. L'uomo senza ambiente, ed. Laterza, 2000, p. 76.
[2] Ibidem.
[3] Idem., p. 110-111.